LE MOSCHEE SONO LUOGHI DI CULTO?

MA LE MOSCHEE SONO LUOGHI DI CULTO? 
moschea di Gaza  Sembrerebbe di no, almeno non a Gaza, visto quello che è successo fra sostenitori di Hamas e Fatah a Khan Yunis a sud della striscia, ove una mega rissa condotta con ogni mezzo di offesa possibile ha lasciato sul terreno molti feriti gravi.
Lo scontro, avvenuto durante la preghiera della sera, sarebbe esploso dopo che un imam vicino ad Hamas avrebbe iniziato a tenere il suo sermone prendendo il posto del predicatore di Fatah. Nella rissa sono stati usati bastoni, sedie e coltelli ed anche armi da fuoco. Sono in corso indagini per l’identificazione dei responsabili dei ferimenti.di Gaza. Resta il sospetto che le moschee in realtà non abbiano molto a che fare con il culto, oppure i musulmani non rispettano molto i luoghi sacri, visto la quantità di attentati portati a segno contro le chiese cristiane, i templi indù, le pagode, statue di divinità altrui grandi e piccole e non meno frequenti anche quelli contro le moschee di correnti diversi dalle proprie. Se è così difficile per i musulmani tenere separata la politica dalla religione, forse è giunto il momento di ripensare anche in Italia se sia il caso o meno di continuare a permettere loro di riunirsi dentro moschee e soprattutto se è necessario continuare a costruirne di nuove più grandi e più complesse per il tipo di servizi che si propongono di fornire. Fino a quando non verranno chiariti queste situazioni così difficili da collegare alla semplice fede, sarà bene porre uno stop a tale processo e quando, se mai verrà chiarito che le moschee in Italia possono essere solo luoghi di culto e di qualche attività collaterale molto amena e per nulla collusa con la politica, allora si potrà riaprire il discorso.

Adriana Bolchini Gaigher

E’ chiarificatore l’articolo pubblicato sull’Avvenire, che vi segnalo qua sotto:  Si moltiplicano le richieste per l'edificazione di moschee in varie città d'Italia, e con esse le inevitabili polemiche e molti malintesi. A Bologna il sindaco Cofferati, inizialmente orientato a dare il suo benestare, ha deciso di prendere tempo e di consultare gli abitanti del quartiere interessato.  

Il primo cittadino di Genova ha congelato il problema ributtando la palla ad Amato. E anche a Milano la questione torna periodicamente a far discutere e a dividere la politica e l'opinione pubblica.  

Le amministrazioni locali, non meno del governo centrale, appaiono disorientate e in cerca di criteri-guida.  È necessario anzitutto sgombrare il campo da alcuni equivoci.

La moschea non è un luogo di culto. Chi conosce la storia dell'islam e la mentalità dei musulmani sa che essa è l'ambito in cui ci si raduna per la preghiera, ma anche per prendere decisioni su aspetti che riguardano la vita sociale e della comunità, fino a scelte di natura politica. Non è un caso se nei Paesi islamici molte moschee sono sorvegliate dalle forze dell'ordine e se alcuni governi vogliono leggere preventivamente il sermone che l'imam pronuncia durante la preghiera del venerdì, per controllare che non siano presenti riferimenti ostili nei confronti delle istituzioni.  

Come si può facilmente dedurre, non è in gioco anzitutto la libertà di culto - che in Italia non è in  discussione essendo una componente essenziale del diritto alla libertà religiosa garantito dalla Costituzione - ma temi ben più ampi.   

Proprio a motivo della particolare natura della moschea, per confrontarsi in maniera adeguata e realistica con le richieste che arrivano dalle comunità islamiche è necessario che vengano preventivamente chiariti alcuni aspetti rivelatori degli orientamenti che esse hanno in animo di   seguire. Deve essere ben identificabile, ad esempio, l'identità giuridica dell'ente proprietario del terreno e dell'edificio, si deve sapere da dove provengono i finanziamenti necessari, chi garantisce il mantenimento e la gestione del luogo, quali le attività che si intendono svolgere.  

È fondamentale conoscere inoltre chi sceglie l'imam, in base a quali criteri viene selezionato, quale la sua preparazione teologica, quale il suo grado di conoscenza sia della lingua italiana, sia dei principi che sono a fondamento della convivenza nel nostro Paese.

Il tutto all'insegna della massima trasparenza, sia per offrire tutte le rassicurazioni del caso alle autorità locali, sia per garantire i fedeli musulmani che chiedono un luogo in cui pregare e desiderano vivere in pace e non essere oggetto di pregiudizi e sospetti da parte delle popolazioni locali. Le quali, peraltro, sovente hanno più di un motivo per essere preoccupate: le indagini della magistratura che in questi anni hanno coinvolto alcune moschee inducono a non sottovalutare i pericoli di infiltrazione del fondamentalismo di matrice jihadista in quelli che talvolta  vengono sbrigativamente catalogati come «luoghi di preghiera».    

Anche la scelta del luogo e le dimensioni della moschea sono aspetti da tenere in considerazione ai fini delle decisioni da prendere. Se lo scopo è la convivenza armonica con il territorio e una reale integrazione (piuttosto che l'affermazione autoreferenziale di una presenza) è necessario che l'area non venga snaturata, che la popolazione locale sia   consultata e che le sue valutazioni siano tenute nella dovuta considerazione dalle autorità.  

Anche per prevenire forme di intolleranza e strumentalizzazioni politiche sempre in agguato.  Insomma, non sono poche né di poco conto le problematiche con le quali misurarsi per approdare a decisioni ragionevoli, realistiche e inclusive di tutte le preoccupazioni che sono sul tappeto. E sarebbe segno di saggezza amministrativa farsene carico, dimostrando di avere a cuore sia la libertà d'espressione di una fede religiosa sia la costruzione di una convivenza pacifica e armoniosa che vada a beneficio delle singole città e di tutti coloro che le abitano. 

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